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Comune di Pratola Peligna

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PDF  Stampa  E-mail  Martedì 02 Marzo 2010 10:15
Storia del Comune

Il nome “Pratola”  sembra avere connessioni con la parola “prato”, nel senso di terreno coltivato a foraggio, come emerge da  un documento del 1301. E’ il periodo (1294) in cui il territorio viene dato in feudo all’Abbazia di Santo Spirito, ai piedi del monte Morrone, fondata dall’eremita Pietro Angelerio, divenuto papa col nome di Celestino V. Un papa, che dopo pochi mesi di pontificato, rassegnava le dimissioni (13 dicembre 1294).

Esisteva, forse da millenni, un territorio abitato,  che per la sua collocazione geografica confinante con la vicina Corfinium, capitale dei  popoli italici, aveva partecipato alla guerra sociale contro Roma,  per la concessione della cittadinanza (91-89 a.C.). Ma il primo documento importante che cita il  territorio di Pratola  (“in loco Pratulae”) è nel  Chronicon Volturnensis (997 d.C.).

La storia di Pratola è strettamente legata alla storia di Celestino V e dei suoi monaci. Era stato il re di Napoli, Carlo II d’Angiò,  ad assegnare il territorio come feudo al monastero dei Celestini, che durerà fino alla soppressione dell’Ordine nel 1807. Di questo legame con i Celestini restano numerosi segni: dallo stemma, un serpente attorcigliato alla croce, collocato sull’arco D’Angiò per accedere al centro storico, chiamato “dentro la terra”,  alla piazzetta e alla chiesa dedicata a San Pietro Celestino.  Anche nel santuario più famoso e importante di Pratola, la Madonna della Libera, vi sono reperti provenienti dall’Abazia Celestiniana: una statua di Cristo Risorto, una statua della Madonna opera dei monaci celestini. Il santuario della Madonna della Libera, che nei giorni della festa, la prima domenica di maggio, richiama numerosi pellegrini, turisti e visitatori, è il monumento per eccellenza, il simbolo  di Pratola.  La sua costruzione iniziale risale al 1851, ma sorge sul sito d’una cappella del ’500, dove si venerava l’affresco di una Madonna miracolosa.  Pratola è la Madonna della Libera. Non solo simbolo religioso, ma segno di identità, di cittadinanza,  al di là del tempo e dello spazio.  Perché alla Madonna della Libera guardano tutti i pratolani, in paese come altrove: segno tangibile di solidarietà umano-cristiana.

Nel secolo delle lotte per le libertà, il fatidico 1848, definito da molti annus mirabilis per le rivoluzioni sociali in Europa e per la concessione delle carte costituzionali (“ottriate”, Statuto Albertino), fu per Pratola annus horribilis.  Il 7 maggio 1848, festa della Madonna della Libera, una sommossa provocò spargimento di sangue. Rimasero uccise due persone: Serafino Colella e Raffaele Passaro. Molti altri furono feriti.  Il giorno seguente, numerosi contadini, al grido di “Viva il Re; abbasso la Costituzione” attraversarono il paese, seguendo una bandiera rossa. Fu  ucciso un benestante, Luigi Bianchini, dalla fama di avaro. Anche altre case e altre persone colpite e saccheggiate. Furono nominati nuovi magistrati giudiziari e comunali. I responsabili, istigatori della sommossa, tra cui l’arciprete Corsi, furono sottoposti a processo penale. Ma il processo non fu mai celebrato, perché il fratello dell’arciprete, segretario particolare del re, fece in modo che tutto si insabbiasse (cfr. Costantini, B., Carbonari e preti in Abruzzo, Polla, Cerchio 1986).

Dopo l’unità d’Italia, nel 1863, per regio decreto, il paese prende ufficialmente il nome di Pratola Peligna.

Sociologo
Mario Setta